Intervistato da Lorenzo Mazza

Comincia da oggi su Artsblog un nuovo ciclo di interviste che ci porterà a conoscere da vicino alcune delle voci più interessanti della scena contemporanea. Artisti, direttori, critici per una ricognizione che parte dal basso, alla ricerca di quella ‘genuinità del sentimento artistico’ che troppo spesso sembra perduta. Al di là dei recinti di un mercato sempre più fervente nel depositare strati e strati di pecunia sopra tele, statue, video, romanzi d’avventura e occupazioni spettacolaristiche del mediascape nazionale – tutti oggetti protagonisti di un’arte sempre più lasciva ed autoreferenziale, esistono nuovi dispositivi economici, altri mezzi ed obiettivi perseguibili, nuove modalità relazionali per operatori e cittadini dell’arte. Il nostro percorso comincia da Fupete, un pittore che seguiamo da tempo per l’originalità della prospettiva e dello stile. E d’altronde con le premesse di cui sopra non potevamo che iniziare con il fascino e la disponibilità di un artista che dichiara: “Quando faccio, voce del verbo fare, arte, rendo fede ad un accordo tacito di svelare segreti e raccontare sogni al prossimo. È un accordo tacito che ho fatto con l’universo quando ho accettato il dono dell’arte”.

Chi è Fupete? (Origine di un nome e Geografia degli spostamenti)
Sono nato a Livorno a metà dei favolosi anni ‘70: sette giorni dopo gli ultimi soldati americani scappavano da Saigon e sei mesi dopo Pasolini fu ammazzato. Fupete è un nome inventato in una lingua simile allo spagnolo. Non l’ho inventato io. La mia geografia in continua evoluzione è Roma, Barcellona, Ladrunan, Città del Messico e Parigi. Da qualche anno la campagna toscana è la base operativa in cui vivo e lavoro, perso tra le colline.

Qual è la tua formazione? Quanto sei autodidatta?
Tutto mi forma, continuamente e credo che ciascuno sia auto-didatta. Chi dice il contrario mente.

Qual è il tuo immaginario di riferimento ? (elenca anche in modo disordinato a mo’ di web tagging movimenti, artisti, autori di libri, fumetti, gruppi musicali, santoni e quant’altro…)
Modigliani, Corto, Marquez, Izzo, Carlotto, Testa, Pasolini, Tapies, Basquiat, Sodemberg, Che, Punk, Picasso, Pazienza, Woodstock, Lang, Cervantes, Jodorowsky, Blu, White, Brondi, Chatwin, McGee, Modotti, [¡truncated list, not enough space!]

Esiste un legame tra i tuoi lavori e l’arte dei murales sudamericana?
L’anno scorso ero nella centramericana Città del Messico di Diego Rivera. Il valore sociale dell’artista ai tempi dei muralisti messicani mi ha affascinato: l’Artista parte integrante, narratore e combattente per la rivoluzione sociale. Rivera doveva essere un gran bel tipo, compagno della giovane e tormentata Frida Khalo e profondo conoscitore dell’arte europea. Aveva studiato il rinascimento italiano e vissuto a Parigi. Ritratto da Modigliani. Sto divagando… il mio lavoro è molto più legato al sudamerica precolombiano. L’arte etnica di ogni dove, dalle Americhe all’Oceania e all’Africa, mi rivolta le viscere. È primitiva. È magia pura.

Nel mondo dell’arte cosa ami e cosa odi di più?
Nel mondo odio l’odio, l’indifferenza e gli idioti che pensano che si possa comprare tutto. Il mondo dell’arte credo sia un sott’insieme del mondo. Proprietà transitiva. Nel mondo amo l’amore, la ricerca, lo scambio, il fare e la nobiltà d’animo. Quando faccio arte cerco sempre di ricordarmelo.

Nella tua casa cos’è che non manca mai?
Il disordine. La luce e lo spazio, oddio queste due mancano da sempre ma conto di attrezzarmi presto.

Quando dipingi parti da un’idea precisa, un bozzetto anche solo mentale o cominci estraendo punti e linee dal magma interiore, lasciando spazio alla casualità?
Entrambe le cose: un idea visiva si mescola ad un’azione performativa. Quando dipingo in studio, non solo nei live painting, lascio che il flusso dell’azione mi guidi per colori, tecniche e segni. Una performance insomma di cui la fase preparatoria è parte integrante. Però chiamare caso il flusso dell’io mi sembra riduttivo, se vi piace qualcuno che incrociate, gli rivolgete la
parola per caso o per scelta? È il caso che vi ha cambiato la via o voi che l’avete scelto, riconosciuto e seguito? Picasso diceva: “se si sa esattamente quello che si sta facendo, perchè farlo?” Non saprei spiegarlo meglio.

Com’è che riesci – dedicandoti anche alle arti applicate – a preservare la tua libertà espressiva?
La grafica e l’illustrazione mi hanno portato all’arte e pagano buona parte dell’affitto quindi mi permettono di essere libero. Questa è la versione corretta, almeno nel mio percorso. La libertà espressiva ha più a che fare con il mercato e con i limiti che uno si impone per mercanteggiare. Io non sono molto bravo a mercanteggiare, 1+1.

Pensi che la grafica e l’illustrazione diano possibilità di raggiungere un pubblico più ampio con cui dialogare?
No. Con la grafica e l’illustrazione più persone vedono cose fatte da te ma non dialogano con te. Quando faccio, voce del verbo fare, arte rendo fede ad un accordo tacito di svelare segreti e raccontare sogni al prossimo. È un accordo tacito che ho fatto con l’universo quando ho accettato il dono dell’arte. Solo l’arte è il mezzo con cui puoi aprire un dialogo. Soggetto, verbo, complemento.

Come si sta in Toscana? Cosa c’è di unico e cosa ti manca?
Qui tutto è fermo. Siamo al rinascimento come riferimento culturale. Una regione incredibilmente ricca di storie, risorse e bellezza e un riferimento culturale bellissimo ma vecchio, vecchio centinaia d’anni. A Livorno sono nato e li è sensazione diffusa che Modigliani sia uno dei tanti, vuoi mettere i Macchiaioli eh… Sono andato via molti anni fa per cercare altro, prima a Roma e poi in giro per la palletta Mondo. Sono tornato a viverci parte dell’anno per il mare, i boschi e i vecchi che riescono sempre a trovare il modo di scroccarti un cicchetto di vino. Sono tornato per il sole e per una sensazione di diritto/dovere che sia questa la terra in cui allevare la mia famiglia con Erika (la mia compagna con cui abbiamo Nasonero, uno studio senza fissa dimora di arte, cura e comunicazione). È qualcosa che ha a che fare con la propria storia. Sputi nel piatto in cui mangi? Sì, perchè lo pulisco. Chi non capisce questo è il problema. Quello che manca qui, e lo avverti più che altrove perché le risorse non mancherebbero, è la coscienza della contemporaneità. Tutto deve rimanere. E morire. E io sputo.

Cosa progetti per il prossimo futuro?
Sempre più giri in giro a fare ed incontrare. Una casa nella mia terra dove tornare, sputare e portare.

Source:

Artsblog, Italy 2009
http://www.artsblog.it/post/4137/chi-e-fupete

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Press Erika & Dani

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